Dall’infinitamente piccolo, al grande, all’oltre.

20 aprile 2010 - 7 Risposte

Questa storia parteciperà al contest indetto da Piernicola De Maria di http://www.piernicola.com che, al di là del concorso, seguo da ormai tanto tempo.

Dall’infinitamente piccolo, al grande, all’oltre.

La mia storia, è una storia bella. Non certo per come e chi l’ha scritta, ma perchè parla dell’amore, di un amore, del mio amore. Al di là delle regole, e di ogni concorso, la decisione non l’ho presa io. Ma l’ho subita. E, con un finale degno della teoria del caos, non avrebbe potuto cambiare di più e meglio la mia vita.

Sono giovane, lo ero ancora di più. Frequentavo il liceo, frequentavamo il liceo. Io e lei. In classe insieme per cinque anni. L’avevo notata sin dal primo giorno quando, timido, dirigevo rapide occhiate a destra e a sinistra per cercare di capire con chi avrei dovuto condividere le mie prossime, migliaia di mattinate assonnate. Oltre ad essere bellissima, era diversa da tutti. Dall’aria snob che si respirava, dai fighetti che ci circondavano, dalle chiacchiere stupide, dai convenevoli banali.

Passano due anni. Abbiamo capito chi siamo, ci stimiamo, ma non ci conosciamo ancora. Tutto comincia con un quaderno di inglese. Glielo presto. Diventiamo amici. Me ne innamoro.

Le notti trascorrono insonni, e al telefono. Ma lei è fidanzata. Non mi permetterei mai di mettermi nel mezzo tra lei e il suo ragazzo. Più grande di noi, non me ne sento neanche all’altezza. D’altra parte, cos’ho io da offrirle?

Non riesco però a non confidarglielo. “Ti amo”, le sussurro quasi più in difficoltà che timidamente, dalla mia casa al mare. I grilli coprirono il silenzio.

Il destino, la sorte, Dio, qualcuno ci mise ulteriormente alla prova, inserendo altre persone in un quadro già affollatissimo da due soggetti.

Gli esseri umani, dopotutto, non sono egoisti: sono complessi. Fatti di tante parti. Un rene non è poi così egoista, visto che può funzionare discretamente anche in un altro corpo. E’ che purtroppo siamo guidati da un cervello che pensa per la maggior parte del tempo ai fatti suoi. Il mio decise dunque che, vista l’impossibilità di averla, non ne avevo bisogno. No, lei non faceva per me. Eravamo diversi. Troppo profonda. Troppo questo. Meglio così. Troppo quest’altro.

Arrivò il quarto anno di liceo. La noncuranza, il fastidio, la repellenza. Cambio io, non lei. Divento stupido, superficiale, egoista, menefreghista, adolescente e per di più incazzato. Ce l’ho un giorno con tutti, un giorno con nessuno, spesso con lei.

Il quinto anno di liceo. Credo di innamorarmi di altre ragazze. Cercando, in loro lei. I suoi comportamenti. Immaginando di poterle plasmare alle mie volontà, alle sue fattezze, alla mia immagine di un futuro insieme così come doveva essere con lei. Ci sono gli esami, passano gli esami. Lei il massimo dei voti, io qualcosina in meno. Mi vuole, l’ha capito, sgombrato il campo da altre eventuali ed ingombranti presenze, siamo rimasti io e lei. Ma stavolta a parti inverse.

Che avesse scelto proprio me, l’avevano capito proprio tutti. Io però facevo finta di no. Per cattiveria, gratuita o no, non importa. Passano gli esami, passa anche l’estate. Tempo pochi giorni, e avremmo preso strade totalmente diverse. Non rispondo ai messaggi, nè alle telefonate, nè alle insistenti richieste di vederci. Non capisco che vuole, perchè lo vuole. A me non interessa più niente di lei. Il mio futuro avrebbe sicuramente riservato altre e tante risorse molto più interessanti.

Ma lei non ci sta. Perchè l’aveva capito. Una intuizione metafisica. Che eravamo legati da un filo doppio, triplo, resistente. Imbastiti insieme sin dalla culla. Dal fatto di essere nati nella stessa città, nello stesso ospedale. Inseriti da una mano magica (forse una applicata di segreteria, chissà) nella stessa classe.

Lei non ci sta. Sono le quattro e mezza di un pomeriggio vuoto e caldo. Raccoglie tutto il suo orgoglio di donna. Tutta l’immensa femminilità di cui è dotata, i cui caratteri non sono di certo esprimibili a parole. Con il suo vestito migliore, viene a casa mia. Sento bussare. Rispondo. La sua voce, tremolante ma ferma, mi chiede di scendere. Sconvolgendo il mio progetto di non rivederla più per chissà quanti altri anni ancora.

Una volta sceso giù, mi accorgo di quello che mi aspetta. Un pestaggio, con mazze da baseball, avrebbe fatto di certo meno male. A tratti urlando, a tratto piangendo, con la tenerezza ed il dolore di una mamma che vede il proprio figlio perdersi in brutti giri, mi racconta la nostra storia degli ultimi anni. Dal suo punto di vista. Quella che io ho scritto con infiniti silenzi, da lei pazientemente riportati, con precisione certosina, in un libro di speranze che comprendesse entrambi.

Si è fatto buio. Più offeso che redento, la invito a salire. Prendo le chiavi della macchina e la accompagno a casa. Era venuta persino a piedi, con il solleone. Per me. Ma non bastava, no. Siamo sotto casa sua. Nel suo cortile. Non so che dire. Non so che fare. Non so prendere una decisione. Neppure piccola. Con una pigrizia ed una ignavia degna del peggiore girone infernale dantesco, non faccio nulla. Se non salutarla.

Ci rendiamo conto, in un attimo, che è tutto finito. E l’attimo delle sliding doors. Piangendo, mi saluta a sua volta. Non ci saremo rivisti mai più.

Ho il tempo di sentire gli uccellini cantare le ultime battute del lungo spartito giornaliero, quando sento le sue labbra umide, umide di lacrime, di pianto e di dolore, posarsi sulle mie.
Non più di tre secondi.

Non fu un bacio di addio. La decisione spettò a lei: con un bacio, un colpo di coda, decise che non mi avrebbe lasciato andare, mai più. Lo decisi anche io. Lo volli, fortissimamente. Ma in ritardo; sebbene un millisecondo dopo, comunque in ritardo.

Fosse stato per me, fosse stato per me, fosse stato per me, continuo a ripetermi ancora oggi, dopo tanti anni. Per fortuna, per mia fortuna, decise lei.

Da allora, ho imparato che la vita è fatta di piccole decisioni. Che possono avere grandi effetti. Da allora, ho imparato a prenderle.

Da allora, sono felice.

Intero

E scusami

se ti guardo

cercavo solo di capire

quanto spazio occupi

e ho notato la strana somiglianza

con la totalità dei miei pensieri

Cerchio

Piove dentro

siamo senza cioccolata

non più soli

ma senza un perchè

Ad ogni nuova penna

E ad ogni nuova penna

mi sembra di poter sottolineare il mondo

mettere mano alle righe

già fisse.

E vorrei scrivere la nostra spiaggia

e di quel gatto

rosso

in una Ravello tutta blu

E di quando

già innamorati

ci stringevamo le mani

non per paura di perderci

ma per la voglia di ritrovarci

Le campane della tristezza

Le campane della tristezza

suonavano a festa

ma non uno dei miei pensieri

mi vide volare oltre il muro del giardino

dove noi

innamorati

ritardavamo la morte

Revoluziòn

La rivoluzione

puntata ai lobi

ed il più moderno

di tutti i mali

il più antico,

lo indossi al piede.

La sedia nella cappella

La sedia nella cappella

si riempie

il giorno dei morti

mantiene il cappotto

poi la scopa

poi il lumino

ma non uno dei vivi

posa il culo

sulla sedia dei morti

e aspetta

aspetta

aspetta;

chiude il lucchetto

contro i ladri di fiori finti

e dalla vetrata

sfila un altro anno

a reggere la polvere

di chi non può più spolverare

Ho fatto i sogni, i più brutti stanotte

non ci era rimasto niente

ci avevano tolto anche le stelle

e la luna e i fiori

Ho fatto i sogni più tristi stanotte

un ragazzino di troppo lontano

due volte

mi sparava

perché alla gamba fa solo male

ho fatto dei sogni brutti stanotte

e in tutti questi

non c’eri tu.

Non chiedo che amarti

e una casa

per amarti

e dei pochi soldi

per amarti

ed essere felice

ma ti amerei anche

nel buio di una nuvola spenta

di notte

senza luna

non c’è luce,

ma solo uno spiraglio

ti vedo, e ti amo

Mi importi

volevo proprio chiederti

di quel sospiro

io non c’ero

e di quella lacrima

scivolata, sul sedile

eri sola

senza sapere

che l’ho rivista

accarezzandoti piano

Le chiese chiuse

Le chiese chiuse

non le abbiamo mai capite

Dio dei tumori,

e delle vincite in soldi

spiegami

quel bambino mi guarda

è arrabbiato

non so cosa  ho fatto

ho preso la sua acqua

la sua terra

ma per il resto

oggi ho mangiato tutto nel mio piatto

Somewhere over the rainbow

Da qualche parte,

oltre l’arcobaleno,

i bimbi muoiono

le foglie cadono.

amore amore amore

rimani con me

tienimi la mano

Da qualche parte,

oltre l’arcobaleno,

ci teniamo la mano

ti sorrido

i bimbi muoiono

le foglie cadono

sulla terra

la terra che è ancora un astro

ma è primavera.

L’inesprimibilità dell’essere

Perchè se vuoi spiegare ad un cieco cos’è il mare,

non puoi semplicemente fargli immergere i palmi uniti in un lavandino,

e tirare su un pò d’acqua.

Quella è solo un pò d’acqua.

E se vuoi far capire ad un bimbo cos’è una montagna,

non basta solo fargli toccare una pietra.

Ho capito di non poterti dire quanto sei grande e bella,

semplicemente perchè non riesco a vederti tutta.

Se anche ti navigassi per decenni,

e se anche riuscissi a trovare, in te, un’altra spiaggia,

guardandomi indietro

ti vedrei infinita ancora.

E se ti scalassi sino in cima,

per vedere il tuo sasso più alto,

ne avrei perso comunque miliardi altri,

più in basso.

Ero un cieco che voleva capire il mare bagnandosi le mani.

E tu, sei mare.

E guardando un sasso, credevo di aver visto le montagne.

E tu, sei montagna.

Riprendiamo il discorso

da dove l’avevamo lasciato:

http://odorosirimpianti.blogspot.com

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